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Economia

I mercati globali e i nuovi "muri"

mercato globale2
L'abbattimento dei muri economici porta ricchezza perché crea un mercato più fluido e grande dove aumentano le opportunità per tutti gli attori. Questa idea, in una variante evoluta dove i mercati sono integrati da regole e standard comuni, ha ispirato la formazione di un mercato unico europeo, ancora da completare, e, dal 2013, la creazione di un mercato euroamericano, in sigla Ttip. 
Fino a qualche mese fa era realistica la prospettiva di un sistema europeo omogeneo che avviasse la fusione con il mercato nordamericano e con l'area di libero scambio del Pacifico formata dall'America e altre 11 nazioni, in sigla Tpp. In sintesi, era vicino al traguardo il progetto di un mercato globale delle democrazie basato su standard comuni compatibili con le democrazie stesse, per esempio i costi del welfare e della tutela ambientale, che coinvolgesse i produttori del 70% del Pil mondiale. C'era ottimismo perché tale nuova architettura politica globale appariva come soluzione della crisi delle democrazie : un mercato internazionale più aperto poteva bilanciare la poca crescita nei mercati nazionali ed evitarne la stagnazione; la nuova area Ttip con Tpp avrebbe definito nuove regole di accesso che avrebbero ridotto al minimo la concorrenza sleale di nazioni autoritarie senza i costi di una democrazia, quali la Cina; e la convergenza euroamericana avrebbe formato un pilastro solido per la stabilità finanziaria globale. Ora questa prospettiva è a rischio perché parti rilevanti degli elettorati in America e in Europa la vedono con paura, stimolata da leader politici e movimenti che cercano consensi con offerte politiche protezioniste, in un contesto di disinformazione che faciliti demonizzazioni del mercato aperto. 
Il Tpp, pur firmato da Obama, non sarà ratificato dal Congresso entro il 2016. La Francia si è chiamata fuori dal negoziato Ttip tra Ue e Stati Uniti per non facilitare i lepenisti nelle elezioni del 2017 e, probabilmente, per un ricatto da parte della Cina. La Germania, meno apertamente, lo stesso.
Il completamento del mercato unico europeo, tra cui l'unione bancaria, è fermo per il riemergere dei nazionalismi economici. In sintesi: integrazione europea, Ttip e Tpp sono in stallo almeno fino al 2018.
Se per allora non fossero ripresi, se il progetto d'integrazione delle democrazie saltasse, gli scenari dovrebbero scontare una frammentazione del mercato globale e un impoverimento delle democrazie stesse.
 
 

Carlo Pelanda
www.carlopelanda.com

Deficit, caccia allo "sconto" UE

TRUSTDEFICIT
Il governo italiano sta attaccando il sistema di calcolo dei parametri europei, guidando un gruppo di sette nazioni che sono intenzionate a modificarlo. Il tema appare tecnico ma in realtà è politico: il sistema di calcolo può determinare una pressione per riforme strutturali di efficienza nelle nazioni oppure lasciare loro margini per non cambiare modelli inefficienti. Per esempio,  il metodo che rileva la differenza tra Pil reale di una nazione e quello potenziale (chiamato "output gap") alla fine determina il numero da raggiungere per ottenere l'equilibrio di bilancio a cui sono tenute le euronazioni.
L'Italia preme affinché questo metodo includa meglio le situazioni di ciclo economico e allarghi l'orizzonte temporale (da due a quattro anni). Se tale proposta passasse, l'Italia sarebbe già dal 2012 in equilibrio di bilancio, non dovrebbe attuare manovre di aggiustamento (più tasse o tagli alla spesa) attorno ai quattro miliardi nei prossimi mesi e, soprattutto, non dovrebbe trovare più di 20 miliardi nel 2017 per restare nei limiti di deficit ammesso come ora si prevede in base ai metodi di calcolo vigenti combinati con una stima del Pil attorno all'1%.
Nelle prossime settimane il governo dovrà preparare il Def, il piano economico per il 2017, e dovrà decidere se coprire con tasse e tagli la cifra detta oppure non farlo grazie all'instaurarsi di un diverso sistema di euro-calcolo della stabilità. Il tema è delicato perché se il governo non volesse coprire e il calcolo restasse quello in vigore, allora scatterebbero automaticamente clausole di salvaguardia firmate dai governi precedenti, in particolare l'aumento (devastante) dell'Iva. Per inciso, è impressionante rilevare quanto la vita economica dei cittadinidi una nazione europea dipenda da modelli economici e trattati che i cittadini stessi non sanno valutare e che molti non sanno perfino che esistano.
La proposta italiana, pur motivata, è però politicamente debole perché sospettabile di voler evitare riforme (tagli) portatrici di dissenso in periodo elettorale e di stimolare l'economia aumentando deficit e debito. Per questo sarà respinta, probabilmente, pur con qualche contentino. Sarebbe politicamente più forte se chiarisse che servirebbe a un piano nazionale di taglio di spesa e tasse, cioè di vera riforma d'efficienza. In conclusione, il nostro governo sta chiedendo più flessibilità europea per mantenere l'assistenzialismo di utilità elettorale mentre dovrebbe chiederla per un più produttivo scopo di alleggerimento fiscale dell'economia.

Carlo Pelanda

www.carlopelanda.com

 

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Sfida con l'Ue sui conti pubblici (2)

UE

 

La Commissione europea sta rifinendo il testo di una lettera di avvertimento che dovrebbe essere inviata nei prossimi giorni ai governi, tra cui quello italiano, che violano i parametri Ue oltre la soglia in maniera di debito e a rischio di non contenere il deficit annuo concordato a causa di una crescita del Pil 2016 rivista al ribasso.

La settimana scorsa c'è stato un confronto duro tra Roma e Bruxelles perché una prima versione della lettera auspicava misure devastanti di rigore: più tasse. La sensazione è che alla fine ci sarà un compromesso, un aggiustamento del bilancio di pochi miliardi, forse copribili senza incrementi di tasse. Ma l'occasione impone di segnalare due carenze che mantengono incerta la capacità della politica economica italiana di sostenere la ripresa. La prima è la mancanza di una funzione europea anticrisi che sospenda temporaneamente le regole standard per permettere alle nazioni di violarle, entro limiti, per riequilibrare la loro economia. In realtà, l'Ue riconosce le situazioni di crisi, ma lo fa ammettendo misure insufficienti di reazione. Prova ne è che in un momento di rallentamento della crescita globale ed europea, complicata dalla deflazione nell'Eurozona, la Commissione richiama gli Stati al rispetto dei parametri normali come se crisi e turbolenze non esistessero. L'economia italiana, come altre, inserita in questa gabbia restrittiva resterà comunque strozzata e ciò non ha senso. Il governo, infatti, da tempo chiede flessibilità. Ma ci vorrebbe ben di più, appunto un meccanismo anticrisi, per permettere a nazioni nei guai di uscirne con mezzi, per lo più stimolazioni in deficit, che ora la Ue vieta. 

Il secondo gap riguarda l'incapacità del governo italiano di attuare credibili riduzioni del debito e del deficit, fatto che rende l'Italia classificabile come nazione a rischio, con meno forza negoziale e perfino ricattabile. Da un lato, è comprensibile la prudenza nel tagliare la spesa pubblica per non aumentare l'impatto su economia in ripresa incerta. Dall'altro, c'è parecchio spazio tecnico per tagli intelligenti,che però non sono attuati per paura di dissensi o per inefficienza.  C'è poi un ampio spazio inesplorato per operazioni patrimonio pubblico contro debito. Poiché è improbabile migliorare le capacità anticrisi dell'Ue, il governo italiano dovrà essere più determinato nel tagliare la spesa e nel ridurre il debito, considerando che ogni ritardo costerà tanti poveri in più.

Carlo Pelanda

www.carlopelanda.com

 

Serve una pausa nel rigore europeo

BCE2

La crescita dell'economia italiana è ridotta, ma ogni giorno più solida. La riparazione del sistema bancario è ancora in corso, ma certa. Gli investimenti pubblici sono molto minori del necessario, ma cominciano a muoversi. I consumi sono ancora a livello insufficiente, ma stanno salendo. Le tasse sono sempre insostenibili, ma appare più credibile che nel passato, per necessità oggettiva, la volontà politica di ridurle. Veri tagli alla spesa pubblica improduttiva o la sua riorganizzazione più efficiente ancora no  si vedono, ma è osservabile la crescente consapevolezza della politica che tali azioni vadano fatte sul serio. In teoria, dovremmo chiederci come accelerare ripresa e riorganizzazione. In pratica, la spugnosità del sistema è così evidente da rendere difficile accelerazioni non traumatiche, considerando che ogni riforma del modello implica dissensi in qualche settore riducendo il consenso per attuarla. Pertanto, appare più realistico concepire una strategia che accompagni la ripresa lenta piuttosto che invocare soluzioni impraticabili. Tuttavia, applicare tale realismo non dipende da una decisione sovrana, ma da una decisione a livello europeo di attutire il rigore per un certo periodo. Per esempio, se l'Italia dovesse rispettare i criteri europei per la riduzione del debito come determinati sia dalla Commissione sia da un recente rapporto della Bce, dovrebbe attuare riduzioni immediate della spesa pubblica oppure alzare le tasse, cosa che impedirebbe la strategia di ripresa lenta non traumatica, con impatto destabilizzante.

Al momento il governo sta preparando un piano che eviti traumi nel 2016, ma lo fa rimandando il problema al 2017, anno delicato perché sarà prossima la fine del programma Bce che di fatto garantisce il debito italiano oltre che inondare con liquidità a basso costo il mercato. Per questo suggerisco di pensare a un biennio 2017-18 di pausa nell'applicazione più stringente delle regole europee, per tutti, allo scopo di consolidare una ripresa lenta. Il biennio, poi, dovrebbe essere dedicato alla revisione dei trattati europei per renderli capaci di indurre un ordine economico che rassicuri la Germania, ma senza impatti depressivi su Italia, Francia e altri. Servono una pausa e un nuovo compromesso europeo senza i quali è improbabile che le elezioni in Francia, Germania e Italia del 2017-18 confermino la continuità dell'eurosistema.

 

Carlo Pelanda

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Le incertezze e i mercati

mercatieuropei2I mercati finanziari non hanno ancora valutato le conseguenze economiche dell'attacco jihadista contro la Francia e la minaccia contro l'Italia e Regno Unito perché finora i dati non ne hanno registrate. Non si tratta di cinismo, ma di analisi razionale: la scorsa settimana i principali indicatori economici non hanno mostrato variazioni connesse. Inoltre, è stata, paradossalmente, ben vista l'irruzione della priorità della sicurezza negli affari europei come fattore di allentamento del rigore depressivo delle euro-regole in quanto giustifica un più ampio ricorso al deficit da parte degli Stati per coprire maggiori spese di sicurezza interna e militari, assimilabili a uno stimolo espansivo. Poi va annotato che i mercati hanno privilegiato l'analisi dei comportamenti delle Banche centrali viste come i principali orientatori del ciclo economico, ricavandone ottimismo. Da oggi, tuttavia, le attenzioni dei mercati saranno maggiori sull'impatto economico dell'allarme terrorismo perché le misure di sicurezza in atto in alcune nazioni europee hanno la caratteristica di pesare sulla normalità dei processi sociali e commerciali, in particolare quelle prese in Francia e in Belgio. Quindi si apre il tema di come difendere la sicurezza senza che le azioni di protezione indichino sfiducia economica. Ma si apre anche quello di come evitare che vi siano repliche degli attentati. L'economia è rimasta "tranquilla" la settimana scorsa perché non vi sono stati altri eventi. Se ce ne fossero, l'incertezza aumenterebbe intaccando il ciclo di ripresa in Europa. La soluzione a questo difficile problema certamente inizia dalla creazione rapida di un organismo europeo integrato che coordini i servizi segreti e le polizie nazionali, che ora non esiste pur ampia la collaborazione tra nazioni per la sicurezza, allo scopo di aumentare la capacità di prevenzione e/o di alzare i costi per la preparazione di un attentato. In generale, più diventa visibile una compattazione europea e meno il sistema sarà vulnerabile a crisi di fiducia, anche se il Califfato riuscisse a portare qualche colpo. Ora va annotatao che tale compattazione è insufficiente sul piano della sicurezza interna europea e inesistente su quello della proiezione esterna.

 

La Francia è sola nel contrattacco al Califfato che è la fonte della minaccia, la Germania silenziosa, Roma e Londra, le più minacciate, riluttanti, l'America assente e confusa. Questa frammentazione è la principale causa di incertezza futura.

 

Carlo Pelanda
 
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Ripresa globale, tocca all'Europa

BCE 3

Nel 2009 il G20 fu importante perché luogo dove l'America, colpita dalla crisi del 2008, chiese l'aiuto della Cina per sostenere la domanda globale e la propria ripresa. Pechino lo diede, forzando la crescita, ma chiedendo in cambio la sostituzione del G7 come centro della governance mondiale con un G20 inteso come cornice per un co-dominio G2 tra Cina e America. Washington lo concesse, degradando l'alleanza con Giappone ed europei perché <<vagoni>> e non <<locomotive>>. Il G2 tra Cina e Usa durò poco, fino al 2012, per eccesso di divergenze geopolitiche. Infatti, dal 2013, l'America, che intanto aveva riparato il proprio locomotore, iniziò a costruire un'area di mercato nel Pacifico (Tpp) e una euroamericana (Ttip) che escludono la Cina, di fatto ridando importanza al G7.

Il G20 del 2016 è presieduto da una Cina che è ormai una locomotiva grippata sia per surriscaldamento dovuto alle forzature degli anni passati - vedi la bolla finanziaria, la sovraccapacità e un debito degli enti locali arrivato al 250% del Pil - sia per una concentrazione eccessiva del potere nelle mani di Xi Jinping che ha aumentato gli errori gestionali invece di ridurli. Da un lato, il G20 non è irrilevante perché comunque luogo di dialogo e, nello specifico, occasione di accordi per evitare che una Cina in destabilizzazione e decrescita peggiori la sua situazione e il contagio. Dall'altro, non è un luogo per soluzioni di convergenza multilaterale alla stagnazione globale. Ce né un altro? L'unica locomotiva in moto è L'America, la Cina non potrà esserlo a lungo, il Giappone è fermo: la sola area con potenziale motrice di scala mondiale è l'Europa. Pertanto una soluzione di traino e stabilizzazione finanziaria del pianeta potrà venire solo da una convergenza G7 dove europei e Giappone crescano di più, tirando il resto dell'economia mondiale affinché altre nazioni emergenti o nei guai, compresa la Cina, possano stabilizzarsi e contribuire alla futura crescita complessiva. Ma l'Europa germanocentrica non mostra di voler prendere politiche veramente espansive.

Nel 2017 l'Italia presiederà il G7 (la Germania, il G20) e dovrebbe iniziare a pensare a una proposta per responsabilizzare europei, soprattutto, America e Giappone sul come formare una superlocomotiva integrata e far convergere dollaro, euro e yen. 

 

Carlo Pelanda

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Quelle ombre sulla ripresa

Ripresa economica

Ci sono ombre sullo scenario finora luminoso della ripresa nel 2016. I dati mostrano un calo dell'export europeo, e italiano, e una crecsita meno robusta del previsto di consumi e investimenti. I governi italiano e francese, inoltre, mostrano preoccupazione per l'impatto del rischio terrorismo sui flussi turistici. Tale tendenza, rilevabile in tutte le nazioni dell'Eurozona meno Spagna e Irlanda, ha già indotto la Bce a valutare l'intensificazione dello stimolo monetario per accelerare la reflazione del sistema, in sostanza, svalutando di più il cambio dell'euro, rendendo disponibile al mercato ancor di più liquidità a costo minimo e forzando la liquidità stessa verso impieghi produttivi.

Gli attori del mercato finanziario, per lo più, stanno già scontando, per il 2016, Borse europee in crescita e un rallentamento non eccessivo della ripresa nell'economia reale, l'Italia vista come il mercato promettente. Nello scenario, a queste condizioni nel presente, c'è il rischio che sia intaccata la fiducia, cioè il motore che spinge il risparmio a trasformarsi in consumi e investimenti e, quindi, in crescita.

L'attualizzazione del rischio d'interruzione della ripresa potrà essere evitata da due tipi d'azione: una a livello Ue finalizzata ad aprire nuovi mercati per l'export europeo e a ripristinare l'accesso interrotto in alcuni; l'altra sul piano delle politiche economiche nazionali per trasferire più denaro fiscale verso investimenti produttivi e, via riduzione delle tasse, dalla spesa per apparati pubblici agli attori privati. La prima azione implica una riduzione delle sanzioni Ue contro la Russia, e viceversa, l'accelerazione dei negoziati per la creazione di un mercato unico euroamericano (Ttip) e di una nuova connessione con il mercato regionale sudamericano (Mercosur) sbloccato dalla svolta del neoeletto presidente dell'Argentina che favorirà anche gli accordi tra Brasile e Ue. La seconda azione implica, in Italia, la priorità di una riduzione delle tasse sulle imprese più anticipata e forte di quella promessa dal governo e, in Germania, quella di un maggiore impiego di spesa pubblica per investimenti, considerando che queste due nazioni sono la vera locomotiva dell'Eurozona. Queste azioni hanno certamente la capacità di mantenere elevata la crescita nell'Eurozona nel 2016 nonostante la turbolenza globale. Speriamo che i governi ne tengano conto.

 

Carlo Pelanda

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Sfida con l'Ue sui conti pubblici

UE

 

La Commissione europea sta rifinendo il testo di una lettera di avvertimento che dovrebbe essere inviata nei prossimi giorni ai governi, tra cui quello italiano, che violano i parametri Ue oltre la soglia in maniera di debito e a rischio di non contenere il deficit annuo concordato a causa di una crescita del Pil 2016 rivista al ribasso.

La settimana scorsa c'è stato un confronto duro tra Roma e Bruxelles perché una prima versione della lettera auspicava misure devastanti di rigore: più tasse. La sensazione è che alla fine ci sarà un compromesso, un aggiustamento del bilancio di pochi miliardi, forse copribili senza incrementi di tasse. Ma l'occasione impone di segnalare due carenze che mantengono incerta la capacità della politica economica italiana di sostenere la ripresa. La prima è la mancanza di una funzione europea anticrisi che sospenda temporaneamente le regole standard per permettere alle nazioni di violarle, entro limiti, per riequilibrare la loro economia. In realtà, l'Ue riconosce le situazioni di crisi, ma lo fa ammettendo misure insufficienti di reazione. Prova ne è che in un momento di rallentamento della crescita globale ed europea, complicata dalla deflazione nell'Eurozona, la Commissione richiama gli Stati al rispetto dei parametri normali come se crisi e turbolenze non esistessero. L'economia italiana, come altre, inserita in questa gabbia restrittiva resterà comunque strozzata e ciò non ha senso. Il governo, infatti, da tempo chiede flessibilità. Ma ci vorrebbe ben di più, appunto un meccanismo anticrisi, per permettere a nazioni nei guai di uscirne con mezzi, per lo più stimolazioni in deficit, che ora la Ue vieta. 

Il secondo gap riguarda l'incapacità del governo italiano di attuare credibili riduzioni del debito e del deficit, fatto che rende l'Italia classificabile come nazione a rischio, con meno forza negoziale e perfino ricattabile. Da un lato, è comprensibile la prudenza nel tagliare la spesa pubblica per non aumentare l'impatto su economia in ripresa incerta. Dall'altro, c'è parecchio spazio tecnico per tagli intelligenti,che però non sono attuati per paura di dissensi o per inefficienza.  C'è poi un ampio spazio inesplorato per operazioni patrimonio pubblico contro debito. Poiché è improbabile migliorare le capacità anticrisi dell'Ue, il governo italiano dovrà essere più determinato nel tagliare la spesa e nel ridurre il debito, considerando che ogni ritardo costerà tanti poveri in più.

Carlo Pelanda

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La ripresa c'è ma non basta

il-treno-della-Ripresa-Ecoomica

La ripresa c'è. La fiducia delle famiglie sta salendo e anche quella delle imprese, anche se un pò di meno. La disoccupazione sta scendendo, pur di poco. Ma ci sono due rischi: il primo è pensare che le cose vadano bene così riducendo l'attenzione su quelle che vanno fatte per accelerare e consolidare la ripresa; il secondo, l'implosione della ripresa italiana quando non ci saranno più le anomale condizioni "esterne" che hanno favorito il rimbalzo dalla recessione. In particolare prezzi bassi dell'energia e abbondante liquidità a basso costo combinata con la garanzia Bce, di fatto, sul debito italiano che ne ha abbattuto i costi di servizio e rifinanziamento liberando spazio nel bilancio statale per la detassazione (dai 6 agli 8 miliardi). Quanto tempo c'è? Circa un biennio di condizioni esterne favorevoli, cioè il 2016 e il 2017, se la turbolenza globale sarà ridotta, cosa peraltro possibile.

Quali azioni servono, nel prossimo biennio, per rafforzare la ripresa italiana e renderla meno vulnerabile al ritorno di condizioni esterne meno favorevoli, tra cui il rialzo dei prezzi energetici e la riduzione della copertura Bce? La principale è aumentare gli investimenti capaci di prolungare una forte e prolungata crescita del mercato interno. Ora sono del tutto insufficienti e i dati mostrano che lo saranno a lungo. Quelli pubblici sono limitati dai requisiti di pareggio del bilancio statale. Quelli privati, industriali, soffrono del fatto che le imprese si finanziano per circa il 90% via credito bancario perché sono troppo piccole per accedere a finanziamenti alternativi e il sistema bancario non è ancora risanato. Inoltre le nuove regole europee di vigilanza bancaria sono talmente (e inutilmente) restrittive da ridurre il credito anche a piccole aziende sane. Infatti la liquidità resa disponibile dalla Bce non riesce ad arrivare alle imprese in quantità sufficienti. Questo enorme problema, che penalizza l'Italia più di altri, va risolto. Il governo dovrebbe farsi sentire di più. Resta comunque un gap di investimenti sistemici, quelli infrastrutturali i più produttivi, che potrà essere colmato solo da spesa pubblica in deficit e/o da un incremento del fondo di investimenti europeo organizzato da Juncker e da un aumento di investimenti diretti esteri in Italia oltre che dalla riparazione completa del sistema bancario. Al momento si nota un aumento di investimenti esteri, ma se la situazione restasse questa la ripresa sarebbe a rischio. Attenzione.


Carlo Pelanda
www.carlopelanda.com

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