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Economia

La trasformazione industriale e la riqualificazione dei lavoratori

trasformazione
La nuova rivoluzione tecnologica è già un presente e non un futuribile. Questa, diversamente dalle precedenti, sta producendo cambiamenti nel mercato misurabili in anni e non in decenni.

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Piccole imprese, diamogli credito

PICCOLE IMPRESE

Nel 2017 le piccole imprese avranno bisogno di più credito per intercettare la fragile ripresa in atto e, con l'incremento degli affari, per darle più forza. Nel modello economico italiano prevale la piccola impresa che, per motivi di scala, difficilmente può accedere a finanziamenti non bancari come invece è possibile alla media e grande. In sintesi, milioni di piccole aziende dipendono dal credito erogato da banche commerciali. Per tale motivo ripristinare e rafforzare il buon funzionamento di questi istituti è una priorità.

L'azione è in corso, ma appare troppo lenta. La questione bancaria in Italia non riguarda un rischio d'insolvenza degli istituti, ma il fatto che parecchi devono aumentare le loro riserve di capitale per aderire alle nuove norme europee. Queste definiscono la quantità di capitale prudenziale necessario per un istituto in base all'eventualità di una grave crisi globale. Molti analisti ritengono inutilmente esagerate tali quantità, che impongono aumenti di capitali abnormi, definite dalla vigilanza della Bce e dall'autorità bancaria. Chi scrive, poi, ritiene che in caso di crisi finanziaria globale la difesa di un istituto con solo i mezzi propri non sia possibile, ma che serva comunque il sostegno del governo o della Banca centrale.

In sintesi, il sistema italiano sta subendo uno stress dovuto a parametri burocratici non realistici. Da un lato, le regole vanno rispettate. Dall'altro, il governo dovrebbe ottenere un periodo più lungo per l'adesione degli istituti ai nuovi standard, nel frattempo fornendo una garanzia per la quantità di capitale mancante.

Un atto simile dovrebbe essere fatto anche, in combinazione, per lo smaltimento dei crediti deteriorati nei bilanci. Il punto: definire un percorso più lungo, ma certo e garantito, per l'adeguamento degli istituti equivarrebbe a una soluzione rapida della questione.  Ora, invece, sotto la pressione di dover fare tutto e subito, paradossalmente, l'adeguamento potrebbe essere incerto e troppo lungo. Se così, l'incertezza derivante peserà sul credito alle piccole imprese, la cui domanda di finanziamenti proprio ora sta aumentando. Tale rischio va evidenziato ed evitato. Inoltre andrebbe chiesto al governo e alla Banca d'Italia di definire regole speciali e di vigilanza per le piccole banche che tengano conto della specificità del credito alle microimprese, non contro le euroregole, ma per adeguarle alla particolarità industriale italiana.

 
 
Carlo Pelanda
www.carlopelanda.com

 

L'economia inglese rinvia la paura Brexit, fiducia in aumento

Brexit

Dopo l'indice Pmi sulla manifattura è arrivato quello sui servizi in attesa sei dati sulla produzione industriale, commercio, costruzioni. L'economia di Londra rimbalza con energia dopo la caduta innescata dal voto sulla Brexit ed oggi, a due mesi e mezzo dal referendum, ne riduce gli effetti immediati, mentre riesplode la polemica politica.

La fase più acuta, innescata dal pronunciamento popolare s'attenua, dunque, ma il paziente inglese non è affatto risanato come suggeriscono i contrastanti indicatori di fiducia di più lungo periodo, come conferma il protrarsi della sospensione dei rimborsi dei fondi commerciali immobiliari congelati in luglio. Londra rimane sotto la lente alla ricerca di elementi capaci di confermare le previsioni diffuse prima del voto di Brexit, tutte fortemente negative. Restano, in larga misura, valide in quanto l'uscita dall'UE è stata solo annunciata, non si è mai consumata. Per ora cambiano gli umori, dunque, in attesa di capire come muteranno le regole del nuovo quadro euro-britannico. Saranno quelle a definire il prezzo dell'addio e su di esse pesa l'incertezza riaffermata, in queste ore, anche al G20 dove Usa, Cina, Giappone hanno levato messaggi severi avvertendo Londra dei rischi del fallimento. E Westminster, alla prima prova di dibattito parlamentare sull'ipotesi di un nuovo referendum, non è stato da meno con un acceso dibattito che ha visto deputati Labour, LibDem e nazionalisti scozzesi attaccare il ministro di Brexit, David Davis, sospettato di non aver alcun piano per gestire l'uscita britannica dall'Unione. Il responsabile della trattativa con Bruxelles, euroscettico da sempre, è stato accusato di aver illustrato un "piano straordinariamente vuoto...senza date, dettagli.. senza dire assolutamente niente", hanno denunciato in coro i deputati contrari all'uscita di Londra dalla UE.

 

La polemica politica riesplode, dunque, mentre il "mood" economico nell'immediato è sorretto dal pragmatismo di una congiuntura trainata dalla svalutazione della sterlina che perde il 10% sul dollaro dal picco di giugno. Il Pmi di ieri Markit/Cips relativo ai servizi nel mese di agosto è stato particolarmente incoraggiante con un balzo di 5,5 punti, avendo raggiunto il 52,9 rispetto al 47,4 di luglio. Una progressione senza precedenti negli ultimi 20 anni, giunta dopo una caduta di 4,9 punto (giugno su luglio). Dati che seguono quelli relativi alla manifattura. Anche in quel caso il balzo del Pmi, dal 48,3 di luglio al 53,3 di agosto, è stato da primato. Il motivo della progressione sul cotè manifatturiero è stato così spiegato da Rob Dobson economista di Markit. "La svalutazione della sterlina ha fatto registrare nuovi ordini". Nessuno crede, tuttavia, che la Brexit non sia più a rischio. A Markit sono convinti che sia troppo presto per dire se si sia trattato "solo di un rimbalzo o di un recupero duraturo. Di sicuro lo shock iniziale s'è dissolto".

Secondo Capital Economics il cambio è stato determinato dal pound che ha trainato gli ordinativi "tanto da innescare spinte inflazionistiche". Previste dal governatore Mark Carney, ma non temute abbastanza da convincerlo a cambiare l'allentamento monetario deliberato ai primi di agosto. Capital Economics resta convinta che la recessione sarà evitata. Stagnazione nella seconda parte dell'anno, dunque, è lo scenario prevalente.

 

I dati sull'economia britannica che saranno diffusi nei prossimi giorni aiuteranno a capire meglio la piega che si sta delineando. Quelli sull'immobiliare, in particolare, sono osservatorio privilegiato per capire, soprattutto, il destino di Londra. I fondi dell'immobiliare commerciale restano, come detto, congelati, mentre sul residenziale, nella capitale, ci sarebbero inattesi segnali di crescita dei prezzi per l'arrivo di compratori esteri allettati dal pound debole. La sterlina si conferma il grande ammortizzatore di una crisi che ha, forse, superato l'emergenza immediata, ma non disinnescato i rischi di un divorzio solo annunciato.

Fonte:  Il Sole 24Ore

Mercato estero, rischi da Bruxelles

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Le democrazie a sviluppo maturo, con modelli di welfare molto strutturati, fisicamente costosi, e in stagnazione demografica hanno ormai poco spazio per fare crescita interna. Il problema è risolvibile aumentando la produttività e la competitività delle imprese grazie alla risoluzione tecnologica. Ma la maggiore efficienza industriale e dei servizi ha bisogno di trovare un più ampio mercato internazionale per vendere i prodotti e ottenere l'effetto di aumento  dei redditi nazionali e individuali pur con minore spinta demografica.

Ciò è più importante per l'Italia perché ha una grande densità di piccole imprese che non hanno i soldi, come le grandi, per accedere a un mercato internazionale con standard e regole diversi e carico di dogane. Per tanto è interesse primario per l'Italia, potenza esportatrice seconda solo alla Germania in Europa e quinta nel mondo per surplus commerciale estero, favorire gli accordi che facilitino il mercato esterno in modo che un'azienda italiana possa operare, per dire, a Toronto, Tokyo, Miami, come lo fa in Italia. Ovviamente tali accordi implicano reciprocità e devono calibrare i vantaggi in uscita con eventuali svantaggi creati dall'apertura alla concorrenza esterna. Per tale motivo i trattati di libero scambio che è più facile rendere reciprocamente vantaggiosi sono quelli tra democrazie con costi sistematici e standard simili. La formazione di un mercato integrato europeo ha fatto guadagnare l'Italia e gli europei. Il Trattato di Lisbona (2009) delega l'Ue a siglare accordi commerciali esterni e ciò è un vantaggio teorico per l'Italia perché ne moltiplica la forza nazionale. Ma, in pratica, il potere del Parlamento regionale della Vallonia (Belgio) è riuscito a ostacolare un accordo commerciale di abolizione delle tariffe doganali tra Ue e Canada, Ceta, vantaggioso per tutti e per l'Italia in particolare. Come l'accordo euroamericano di mercato unico Ttip è bloccato non solo da dissensi, ma da un meccanismo di approvazione europeo vulnerabile al rifiuto di una sola nazione.

In sintesi, l'Ue si sta rivelando un soggetto negoziale non credibile, mettendo a rischio le trattative con America, Canada, Giappone e altri, che sono vitali per l'internazionalizzazione delle imprese italiane. O cambia il meccanismo Ue e lo si carica di decisionismo politico verticale oppure l'Italia subirà un danno prospettico tale da dover valutare mosse autonome. Il governo dovrebbe essere più attivo nel correggere questo difetto della Ue. 


Carlo Pelanda
www.carlopelanda.com

 

BCE, la fiducia oltre i miliardi

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Una componente del grande stimolo monetario della Bce incentiva in modi mai visti le banche a prestare denari a famiglie ed imprese.
Tale misura avrà efficacia se le imprese decideranno di investire e se avranno credito per ricevere prestiti. E se le famiglie avranno una fiducia sufficiente nel futuro per acquistare nuovi beni a debito, oltre che convertire più risparmio in consumi. La trasmissione dello stimolo monetario all'economia reale dipende dal funzionamento di queste "cerniere". Funzioneranno?
Un maggiore ottimismo sulla stabilità del lavoro potrà indurre alla spesa le famiglie, che ora mantengono al minimo la spesa. L'osservazione che il rallentamento della domanda globale troverà limite e inversione potrà convincere più imprese a investire e assumere. In generale, il successo dello stimolo dipende dall'instaurarsi di una profezia ottimistica. In America è stato più facile accenderla con lo stimolo monetario perché le famiglie hanno l'abitudine di tenere in portafoglio molti titoli azionari e ciò ha permesso di usare la pompa di capitale per alzare le Borse e aumentare le disponibilità di spesa delle famiglie. Va annotato che quel mercato interno ha scala tale da innescare tendenze proprie in relativa indipendenza da quelle globali. Nell'Eurozona, invece, la società è meno finanziarizzata, la formazione del Pil più dipendente dell'export e dalla situazione globale e l'intermediazione bancaria, con le sue strozzature, più rilevante. Semplificando, è più difficile trasmettere uno stimolo monetario in Europa che in America. Ciò spiega il tentativo di inaugurare una variante specifica europea dello stimolo monetario che forzi le banche a impiegare il denaro. Ma pare che non ci sia sufficiente fiducia per un rapido aumento equivalente della domanda di credito. Sarebbe possibile indurla? Lo sarebbe se: i governi dell'Eurozona facessero un patto di espansione economica, in deroga al rigore per un certo periodo; se alcuni, particolarmente in Italia, creassero mega-fondi di garanzia del credito per dare accesso bancario alle imprese con merito insufficiente che esclude dai prestiti; e se fosse accelerato il trattato in negoziazione tra UE e Stati Uniti per la formazione di un mercato unico euroamericano (Ttip) che darebbe a famiglie e imprese il messaggio di fiducia che nel futuro ci sarà un pilastro di stabilità, diga contro qualsiasi tempesta globale.
  

Carlo Pelanda
www.carlopelanda.com

Disuguaglianza, la mina globale

disuguaglianza sociale

Nelle democrazie basate su un modello di mercato aperto ed economia competitiva una parte  crescente della popolazione non riesce ad accedere alla ricchezza. Questa massa di persone impoverite o che temono la povertà ha un impatto destabilizzante sui processi politici: il consenso si sposta verso offerte politiche di protezionismo sociale, fi rifiuto del mercato aperto e di chiusura nazionale, spesso con linguaggi xenofobi.
 
La vittoria della Brexit nel referendum è un segnale chiaro di questo fenomeno: buona parte dei sostenitori dell'uscita dall'Europa ha votato contro la loro esclusione della ricchezza più che per la separazione dalla UE. Un fenomeno simile in America ha fatto vincere il linguaggio nazional - protezionista di Trump, a cui ha aderito una gran parte della classe media bianca in ansia, e costretto l'offerta di sinistra moderata di Clinton a spostarsi verso toni estremi. In molte nazioni europee sono visibili fenomeni simili, con specificità nazionali, ma tutti causati dall'aumento dell'ansia sociale. 
Per inciso, questo fenomeno è visibile nell'economia tecnica in forma di maggiore propensione al risparmio per motivi prudenziali e di minore spesa per i consumi, a livello di famiglie, e di rinvio degli investimenti da parte delle imprese che osservano nei dati un andamento piatto o in contrazione della domanda in parecchie nazioni, tra cui l'Italia.
L'idea che l'ansia sociale sia curabile con immissioni di grandi liquidità da parte delle Banche centrali è sfumata perché i dati mostrano che il denaro più abbondante va nelle tasche dei ricchi che diventano più ricchi e non entra in quella dei poveri che tendono a diventarlo di più. In sintesi, sta scoppiando nel mondo del capitalismo democratico la mina della disuguaglianza negli accessi alla ricchezza. E se questo problema non verrà risolto sarà molto difficile tenere in vita il modello di capitalismo democratico aperto e il mercato globale. Con una complicazione: chi è in ansia favorisce soluzioni economiche che poi peggiorano le cose. Questo problema, era già visibile, a metà degli anni '90 quando Tremonti, Luttwak e il sottoscritto lo analizzarono nel libro "Il fantasma della povertà". La soluzione c'è: un nuovo tipo di Stato sociale non contro il libero mercato ma con la missione di rendere ogni individuo capace di operare con successo nel mercato competitivo e aperto. C'è ancora del tempo per applicare questa o simile soluzione nelle democrazie in via di destabilizzazione, e nella UE, ma non tanto.
 
 
Carlo Pelanda
www.carlopelanda.com

 

I mercati globali e i nuovi "muri"

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L'abbattimento dei muri economici porta ricchezza perché crea un mercato più fluido e grande dove aumentano le opportunità per tutti gli attori. Questa idea, in una variante evoluta dove i mercati sono integrati da regole e standard comuni, ha ispirato la formazione di un mercato unico europeo, ancora da completare, e, dal 2013, la creazione di un mercato euroamericano, in sigla Ttip. 
Fino a qualche mese fa era realistica la prospettiva di un sistema europeo omogeneo che avviasse la fusione con il mercato nordamericano e con l'area di libero scambio del Pacifico formata dall'America e altre 11 nazioni, in sigla Tpp. In sintesi, era vicino al traguardo il progetto di un mercato globale delle democrazie basato su standard comuni compatibili con le democrazie stesse, per esempio i costi del welfare e della tutela ambientale, che coinvolgesse i produttori del 70% del Pil mondiale. C'era ottimismo perché tale nuova architettura politica globale appariva come soluzione della crisi delle democrazie : un mercato internazionale più aperto poteva bilanciare la poca crescita nei mercati nazionali ed evitarne la stagnazione; la nuova area Ttip con Tpp avrebbe definito nuove regole di accesso che avrebbero ridotto al minimo la concorrenza sleale di nazioni autoritarie senza i costi di una democrazia, quali la Cina; e la convergenza euroamericana avrebbe formato un pilastro solido per la stabilità finanziaria globale. Ora questa prospettiva è a rischio perché parti rilevanti degli elettorati in America e in Europa la vedono con paura, stimolata da leader politici e movimenti che cercano consensi con offerte politiche protezioniste, in un contesto di disinformazione che faciliti demonizzazioni del mercato aperto. 
Il Tpp, pur firmato da Obama, non sarà ratificato dal Congresso entro il 2016. La Francia si è chiamata fuori dal negoziato Ttip tra Ue e Stati Uniti per non facilitare i lepenisti nelle elezioni del 2017 e, probabilmente, per un ricatto da parte della Cina. La Germania, meno apertamente, lo stesso.
Il completamento del mercato unico europeo, tra cui l'unione bancaria, è fermo per il riemergere dei nazionalismi economici. In sintesi: integrazione europea, Ttip e Tpp sono in stallo almeno fino al 2018.
Se per allora non fossero ripresi, se il progetto d'integrazione delle democrazie saltasse, gli scenari dovrebbero scontare una frammentazione del mercato globale e un impoverimento delle democrazie stesse.
 
 

Carlo Pelanda
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La rivoluzione dell'industria 4.0, un'opportunità

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Molti chiedono cosa indichi il termine "Industria 4.0" che sempre di più appare sui giornali come novità in arrivo. Il nome nasce in Germania nel 2010 e indica una rivoluzione nei processi e nei prodotti dell'industria manifatturiera resa possibile dalle nuove tecnologie.
Semplificando, la quarta rivoluzione industriale permetterà di costruire sistemi e componenti in modo più rapido e, soprattutto, con varianti personalizzate in modi impensabili oggi. Per esempio, un cliente chiede a un fornitore di variare il prodotto in un giorno. Ciò è oggi possibile in tre mesi. Domani lo sarà in poche ore. Come? Robotizzazione, processi iperflessibili; connessione istantanea tra tutti i fattori rilevanti e dialogo diretto tra macchine.
Tale tecno-rivoluzione è il motivo principale per cui già dai primi anni del 2000 molte industrie residenti in nazioni con alti costi sindacali, per lo più in America, hanno riportato i loro impianti in patria, chiudendoli nelle aree in via di sviluppo: la possibilità di produrre in un sistema evoluto e così godere della super efficienza tecnologica rende meno rilevante l'incidenza del costo del lavoro. Tale fenomeno è chiamato "reshoring" e da qualche anno è visibile anche in Europa, particolarmente in Germania.
Ciò impone all'industria italiana, di cui una gran parte fornisce componenti a quella tedesca, di adattarsi ai nuovi standard 4.0. E i produttori di sistemi dovranno fare lo stesso per restare competitivi.
Cosa manca? Una rete con la capacità di trasmissione istantanea di quantità enormi di dati. Per fortuna è in costruzione (nuova rete con banda ultralarga in fibra ottica). Ma manca il capitale d'investimento per facilitare la trasformazione delle imprese, in particolare le più piccole, 3.0 o ancora 2.0 in aziende 4.0. Alcuni fondi privati si stanno muovendo, ma sarà necessaria una facilitazione normativa di cui il governo, pare, è consapevole.
Le competenze, invece, per la robotizzazione e il disegno dei nuovi processi e prodotti ci sono e sono massime. Ma tali buone notizie sono ombreggiate dal timore che l'industria 4.0 toglierà lavoro a molti. Questa è solo paura del nuovo. Da un lato, i lavoratori dovranno essere meglio formati e ciò implica uno sforzo di qualificazione. Dall'altro, la nuova industria avrà bisogno di più addetti qualificati. Pertanto la novità va vista come opportunità di più lavoro e meglio remunerato e per questo sostenuto.

Carlo Pelanda

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Deficit, caccia allo "sconto" UE

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Il governo italiano sta attaccando il sistema di calcolo dei parametri europei, guidando un gruppo di sette nazioni che sono intenzionate a modificarlo. Il tema appare tecnico ma in realtà è politico: il sistema di calcolo può determinare una pressione per riforme strutturali di efficienza nelle nazioni oppure lasciare loro margini per non cambiare modelli inefficienti. Per esempio,  il metodo che rileva la differenza tra Pil reale di una nazione e quello potenziale (chiamato "output gap") alla fine determina il numero da raggiungere per ottenere l'equilibrio di bilancio a cui sono tenute le euronazioni.
L'Italia preme affinché questo metodo includa meglio le situazioni di ciclo economico e allarghi l'orizzonte temporale (da due a quattro anni). Se tale proposta passasse, l'Italia sarebbe già dal 2012 in equilibrio di bilancio, non dovrebbe attuare manovre di aggiustamento (più tasse o tagli alla spesa) attorno ai quattro miliardi nei prossimi mesi e, soprattutto, non dovrebbe trovare più di 20 miliardi nel 2017 per restare nei limiti di deficit ammesso come ora si prevede in base ai metodi di calcolo vigenti combinati con una stima del Pil attorno all'1%.
Nelle prossime settimane il governo dovrà preparare il Def, il piano economico per il 2017, e dovrà decidere se coprire con tasse e tagli la cifra detta oppure non farlo grazie all'instaurarsi di un diverso sistema di euro-calcolo della stabilità. Il tema è delicato perché se il governo non volesse coprire e il calcolo restasse quello in vigore, allora scatterebbero automaticamente clausole di salvaguardia firmate dai governi precedenti, in particolare l'aumento (devastante) dell'Iva. Per inciso, è impressionante rilevare quanto la vita economica dei cittadinidi una nazione europea dipenda da modelli economici e trattati che i cittadini stessi non sanno valutare e che molti non sanno perfino che esistano.
La proposta italiana, pur motivata, è però politicamente debole perché sospettabile di voler evitare riforme (tagli) portatrici di dissenso in periodo elettorale e di stimolare l'economia aumentando deficit e debito. Per questo sarà respinta, probabilmente, pur con qualche contentino. Sarebbe politicamente più forte se chiarisse che servirebbe a un piano nazionale di taglio di spesa e tasse, cioè di vera riforma d'efficienza. In conclusione, il nostro governo sta chiedendo più flessibilità europea per mantenere l'assistenzialismo di utilità elettorale mentre dovrebbe chiederla per un più produttivo scopo di alleggerimento fiscale dell'economia.

Carlo Pelanda

www.carlopelanda.com

 

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